Pappa per gatti
Ilaria ha sviluppato un rapporto estremamente negativo con la pappa per gatti. Un mese fa Carmen le ha regalato un micino: Nerino. Da bravi genitori, Carmen ed io abbiamo detto a Ilaria che però non doveva stare in casa, ma nel giardino dietro, e che a dargli da mangiare avrebbe dovuto pensarci lei.
I bravi genitori sono il cancro dell’umanità.
L’altra sera, mentre ero a Milano, Ilaria si è tagliata il pollice con il coperchio della lattina. È rientrata in casa con gli occhi sbarrati e il pianto di una bimba di otto anni e mezzo che non riesca a capire perché la vita sia improvvisamente piena di così tanto dolore. Sprizzava sangue ovunque e Carmen, impaurita, l’ha portata da mio padre. Non c’era bisogno di punti: da buon medico in pensione (anche sui medici in pensione e il loro rapporto con l’universo ci sarebbe da dire qualcosa) mio padre l’ha medicata, confortata, fatto il dottore nonno.
Tutto a posto.
Questa mattina Ilaria faceva colazione con me. Carmen era già uscita per andare a lavorare. Ad un certo punto Ilaria si alza e dice: "Vado a dar da mangiare a Nerino". Prende dal frigo la lattina della pappa già aperta e fa per andare in giardino. Io la fermo chiedendole: "Dove hai messo il telecomando?".
Sbagliato: non bisogna mai fermare una figlia che sta andando a dare da mangiare al gatto.
Ilaria si è voltata di colpo e ha risposto: "Lì, sulla seggiola". Carmen ed io le abbiamo insegnato che quando andiamo fuori non si indicano le persone: non è educato. Forse avremmo dovuto aggiungere che non si indicano neppure gli oggetti, specialmente tra le mura di casa. Ilaria ha indicato il telecomando. Con la mano che teneva la lattina di pappa. Lattina aperta a cui Carmen ed io, da buoni genitori (vedi sopra), avevamo tolto il coperchio di metallo.
Il gesto di Ilaria ha generato un lancio subitaneo di bocconcini di vitello, naturalmente con verdure, sul tavolo di cucina: sono caduti come corpo morto cade su tutta la superficie, tra le fette biscottate, il miele, la marmellata, le tazze di caffè e di tè.
"Cazzo" ha mormorato Ilaria. Io stavo osservando un bocconcino di carne che galleggiava nel mio caffè ancora da bere. Ho respirato a fondo, molto a fondo: i polmoni si sono presi la briga di arrivare ai piedi e insieme hanno organizzato un torneo di calcetto tra fiati. Poi ho risposto: "Ok, non importa, cerca di stare più attenta". Ilaria ha appoggiata la lattina ormai vuota per terra ed è venuta ad abbracciarmi, chiedendomi scusa. Io le ho accarezzato i capelli, ho risposto: "Stai tranquilla". Poi mi sono alzato cercando di non guardare lo sfacelo sul tavolo e le ho proposto di andare a prendere una pappa per gatti nuova. Mentre lo facevo mi sono avvicinato a lei, che intanto stava per voltarsi e andare verso la dispensa.
Ilaria ci ha provato.
Ha urlato subito: "Papà, attento alla latt...". Quello che restava della frase ("ina) è risultato del tutto inutile. Il mio 44 di sandali da mare era già montato sulla lattina vuota lasciata per terra. Le lattine di pappa per gatti inducono alla perdita di equilibrio, soprattutto in individui come me che non sanno neanche andare in bicicletta. Sono scivolato. E ho battuto con forza l’osso sacro.
Che dev’essere tale in quanto se lo colpisci di brutto ti dà una mano a non pensare: "Porcodio".
Sdraiato sul pavimento ho guardato Ilaria. Lei si è avvicinata chiedendomi: "Ti sei fatto male?". La prima risposta è stata pietosamente censurata. "Abbastanza" è stata la seconda. Ilaria mi ha abbracciato. A me è venuta un’idea. "E se al posto di Nerino ti regalassi un pesce?" le ho chiesto. Ilaria si è staccata dall’abbraccio.
Ha guardato me, il tavolo immondo, la lattina vuota schiacciata, la porta che conduce al giardino dove Nerino aspettava la pappa e poi è tornata a guardare me, sempre sdraiato sul pavimento, intento a sfregarmi la parte alta dell’unico buco concesso a noi maschi (l’altro ce l’hanno tramutato in un appendice che alla parola "appendicectomia" inizia a tremare innalzando lodi al Signore con voce assolutamente non bianca).
"I pesci non fanno le fusa" mi ha risposto Ilaria. Il che è vero. I pesci non fanno le fusa, non si arrampicano sugli alberi, non ti portano i topini catturati, non ti leccano con la loro lingua ruvida: non hanno mai immaginato che si potesse scavare un buchina, farci la cacchina dentro e ricoprirla con la terra.
I pesci, soprattutto, non vengono nutriti con lattine di pappa per gatti che hanno le stesse proprietà di una granata innescata per esplodere nel momento stesso in cui tu pensi: "Cazzo, sono felice, sto bene, la vita è meravigliosa" e la successiva esplosione di bocconcini di carne muta di un soffio le tue prospettive sulla vita, sul bene, sulla felicità (e sul cazzo).
"Va bene" ho risposto a Ilaria "niente pesce". Mi sono alzato e sono andato verso la dispensa. Prima di farlo ho gettato un’occhiata al tavolo. Non l’avevo notato: un bocconcino era riuscito a cadere proprio dentro al vasetto di miele. Ho pensato ad una colazione mattutina improntata alla relativa conseguenza.
Sono stati corposi gli sforzi per non indurre il mio corpo a vomitare seduta stante tutto il cibo ingurgitato dopo le pastine della mia prima comunione.
Ho aperto la dispensa, ho preso una lattina di pappa. Mi sono voltato e sorridendo a Ilaria, da buon genitore (...) ho tirato la linguetta per aprirla. La linguetta mi è rimasta tra l’indice e il pollice della mano destra. In compenso la lattina di pappa per gatti è rimasta ermeticamente chiusa. Ho pensato fosse il contrappasso. Adesso la lattina si sarebbe trasformata in una bomba che: "Tic tic, tic tac" sarebbe esplosa tra le mie mani dopo aver tolto la sicura. Stavo per scagliarla lontano, ormai in preda al panico più totale.
Quando ho sentito la voce di Ilaria.
"Apriscatole?" mi ha chiesto. Io l’ho guardata.
Aveva il sorriso buono, gli occhi rassegnati: come una bambina che stia iniziando a scoprire lentamente i misteri della vita.












